giovedì 13 settembre 2018

Sulla mia pelle... Sulla nostra pelle

Ho una tazza di caffè in mano. E' ancora bollente, ma la mia pelle non sente il calore emanato dalla porcellana. La mia mente è impegnata. Troppo impegnata per sentire il palmo che si scotta.
Sto guardando Sulla mia pelle, i miei occhi scorrono lenti sui segni viola di un ragazzo che so già come finirà. Ne ho quasi paura. Vedo la barra scorrere lenta verso l'inevitabile fine di un ragazzo qualsiasi. Uno dei tanti.
Alessandro Borghi è irriconoscibile. Si gira e si rigira in quel letto, le sue labbra su quel volto scheletrico si aprono in un gemito di dolore e quel dolore lo sento anche io. Sento il mio corpo spezzarsi, sento la mia anima che si contorce con lui. I suoi occhi si aprono per un istante e si richiudono. I miei lo seguono, si aprono e si richiudono, spingendo sulla guancia una lacrima... poi due. Sento il cuore ribelle che batte contro la cassa toracica, sembra quasi gridare "Perché?"
Questo film l'abbiamo atteso tutti. Chi aspettando di vedere finalmente la verità mostrata direttamente a tutti, perché le parole sono solo macchie nere sulla carta, mentre un volto, dei lividi, il dolore forse può essere capito meglio se guardato dritto in faccia. Dritto negli occhi.
Altri storcendo il naso, con l'insulto in tasca, difendendo anche l'indifendibile.
Non è semplice girare un film su un fatto tanto tragico.
Non è semplice prendere in mano un ruolo così doloroso e riuscire a trasmettere quel dolore straziante al pubblico. Borghi ci riesce. Per quasi 100 minuti, parla solo il suo corpo. Con ogni minimo movimento, con ogni battito degli occhi, con ogni respiro, ci trasmette il viaggio, l'inferno che Stefano ha subito. Quelle poche parole che escono dalle sue labbra sono intrise di sofferenza, di disperazione, sono piccole gocce che si aggiungono a ciò che già il suo corpo, le sue mani, i suoi occhi ci avevano raccontato.
Jasmine Trinca ci prende per mano e ci accompagna, come Virgilio, nell'inferno e ci mostra, silenziosamente e con grande maestria, quello che Stefano ha dovuto subire. Piano, con grazia, con intensità, ci mostra e ci racconta l'ansia di una sorella, di una madre, di una figlia che perde un fratello, che perde molto di più.
Non è solo un film su Stefano. E' un film su Ilaria, è un film sulla famiglia Cucchi, una famiglia come tante, come la vostra, come la mia, che si ritrova persa nel vuoto del dolore che si prova quando si perde una persona così vicina. Un fratello, una madre, un padre.
E' come affogare, non si sente più l'aria. Non si riesce a respirare e il film riesce, attraverso uno schermo freddo, a trasmettere il calore della rabbia e dell'impotenza che si prova.
E' un film importante. Un film che deve essere visto. Per quello che è successo, perché non succeda più in uno stato che viene definito democratico, ma che non sarà mai del tutto democratico finché queste cose continueranno a succedere.
Stefano è morto.
Nessuno lo riporterà indietro, ma forse, forse... forse si può fare qualcosa affinché non succeda più.

Poso la tazza. La mia mano è rossa, ma io guardo lo schermo che diventa nero, mentre la voce di Stefano, quella vera, risuona nella mia stanza. Un'altra lacrima scorre lenta sulla mia guancia.
Perché non succeda più.
Sulla mia pelle. Sulla nostra pelle.
Nei nostri cuori.

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